30 seconds to Mars |
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AmoOdioI siti che ho fatto | 20 Agosto 2007
Un bellissimo film, il mio preferito.I mille perchè delle nostre scelte.E così siamo qui. Ieri ho fatto il turno in ambulanza e mi è capitato di pensare a come si siano modificati i “perchè” delle mie scelte. Ho cominciato ad andare in ambulanza perchè volevo dimostrare a me stesso che valevo qualcosa, impegnandomi in qualcosa di importante e che facesse sentire utile. La spinta finale ad iscrivermi in Croce Verde è stata, come spesso accade per un uomo, una sfida lanciatami dalla mia ragazza di allora, che mi parlava sempre in modo ammirato di un suo amico che era soccorritore d’ambulanza…avevo 19 anni e volevo dimostrare a me e a lei che non ero da meno. In realtà questa pensata di andare a fare il matto in giro per Milano, su un furgoncino bianco, mi era venuta a 17 anni, quando vidi un’ambulanza passare un incrocio in sirena, velocissima tra il traffico di una piovosa sera di Settembre. Correva l’anno 1998 circa. Ora, in due anni di cose ne sono successe…di persone ne sono passate sotto i ponti della mia vita, sono all’alba di circa 90 servizi in ambulanza, alcuni dei quali hanno riservato grandi emozioni. Ci sono stati anche molti momenti in cui ho pensato di dimettermi, non perchè non mi piacesse più fare il volontario ma perchè mi ero stancato delle persone con cui dovevo fare servizio. Ora va meglio, ho imparato a dirigere altrove i miei interessi quando entro in Verde. Ho ritrovato le motivazioni di un tempo, che sembravano momentaneamente deviate verso la sola competitività tra soccorritori e la riuscita personale. Ho ritrovato l’obbiettivo nella persona assistita. Non è banale questa cosa, vi assicuro. Non è ovvio che chi vada in ambulanza abbia al centro dei suoi pensieri solo la persona che è in barella. Direi che ho assaggiato un pezzo del mostro di tutti gli infermieri, medici e soccorritori…questo famoso “burnout”..che ti spegne lentamente, a pezzi così piccoli che neanche te ne accorgi. Per fortuna ho avuto l’occasione si passare un periodo in ambulanza con il mio primo equipaggio e ho ritrovato quello che volevo, quello in cui credo, che avevo dimenticato in nome della competitività…e per questo andare in ambulanza, negli ultimi 6 mesi ha perso sempre di più il suo senso vero. Ma ora l’ho ritrovato, ho ritrovato il vecchio spirito, la vecchia emozione…quella che ti prende quando si accendono le sirene, quando esci in rosso con il soccorso avanzato…sai che devi arrivare subito, prima dell’automedica e almeno assieme all’elisoccorso. Quella che ti prende quando l’ambulanza vola veloce sulle buche della strada, taglia gli incroci pretendendo strada e svincolandosi come una signorina elegante tra le macchine che intasano confuse la strada…l’adrenalina e l’irrequietudine nascosta che senti quando sai di andare su un traumatico stradale o su un medico acuto tipo “Uomo 60 anni cardiopatico con dolore toracico”…non ho ancora capito se sia una sensazione piacevole il fatto di essere utili in queste occasioni, perchè a volte non è per nulla emozionante andare verso un rosso…a volte te la fai solo sotto e basta. L’adernalina è l’unica componente sicura di tutto.
Per il resto andare in ambulanza non è nulla di che, secondo me. La gente ci vede a volte un po’ come dei mezzi eroi, ma non credo che la maggior parte dei servizi d’ambulanza richieda questa caratteristica…alcuni si, come i parti in casa o in ambulanza, la gestione di un arresto cardiocircolatorio o di un servizio con bambini in questione. Ho molti ricordi dei servizi d’ambulanza, alcuni mi hanno moralmente spezzato le gambe, da altri sono uscito degno e fiero di me. Credo sia normale. Ricordi di bambini con arti spezzati che ho fatto sorridere comunque, questi sono ricordi che quando ci ripensi e ripensi a quegli occhietti dolci e innocenti, spaventati dal dolore, da quelle persone arancioni e dalle sirene…beh gli occhi lucidi ti tornano, anche se quella volta in ambulanza pensavi a tutto tranne che a provare emozioni, che però si facevano largo prepotentemente a fine servizio. Soprattutto quando questo bambino ti chiedeva un abbraccio, che ovviamente non puoi dargli mentre è in spinale, ma cui rimedi con un bacio sulla fronte. Questo è tutto quello che rimane, il nocciolo dell’andare in sirena in giro per questa matta città. Il resto, divise, sirene, lampeggianti, sono tutte cavolate. Tutto quello che rimane, sono i ricordi delle persone che sei riuscito ad aiutare, che fanno a pugni con quelli di chi non hai tirato fuori dal loro destino. Perchè come chiunque fa questo lavoro (che non è un volontariato, secondo me, ma un vero e proprio lavoro impegnativo al 100%) sa, nessun defibrillatore, adrenalina o atropina riprende un destino oramai segnato…ma di certo un buon soccorritore può far la differenza tra un destino che si compie nella solitudine di un asfalto provinciale e un destino, comunque segnato nel bene e nel male, che si compie tra le braccia di chi ha scelto di essere lì, tra dolori, speranze, sospiri, sorrisi strappati in circostanze incredibili. Perchè credo che solo così sappia vivere, chi si tuffa nell’emergenza…sia esso soccorritore, infermiere o medico. |